Palindrome – Ep. 1 “Un brindisi”.

PROMO PALINDROME LUI1.

Un brindisi

Entrò nel salone e trovò la tavola apparecchiata per due. Si morse il labbro, nel tentativo di nascondere la sorpresa.

Ai tovaglioli era stata data la forma di un cigno, con la punta del becco poggiata sull’orlo dei bicchieri, pieni per metà d’acqua. Al centro, un mazzetto di azalee sbocciava da un vaso di cristallo. Piccole stelle nascevano dalle punte delle forchette e s’infrangevano sul cristallo, dando vita a minuscoli arcobaleni. Sembrava un piccolo stagno magico.

Lui la stava aspettando, con entrambe le mani inguantate e strette al bordo di una sedia indaco. Anche lo smoking che indossava era dello stesso colore, così come la biancheria da tavola, compresi i cigni.

La scelta dell’indaco non era un caso, lei lo sapeva. Una provocazione, piuttosto. Fu ciò che le servì a smascherare quella parvenza di romanticismo che era stata data all’allestimento della sala e a riacquistare fermezza. Si schiarì la voce, mentre si avvicinava: «Ah, però! Anche la candela!»

L’uomo in abito da sera diede un lieve colpo al becco di un cigno, che si piegò in avanti per abbeverarsi. «Sei in ritardo, Carceriere».

La donna piegò la testa di lato. «Da quando ti importa del tempo?»

Lui la guardò, facendo scivolare le pupille cremisi sulle onde dei capelli di lei, sullo scollo a barca del tubino in tinta cangiante, lillà e carta da zucchero. Le fissò i piedi, torcendo le labbra e sbuffando aria che sapeva di disapprovazione. «Senza scarpe». Poi indicò l’involto che la donna teneva stretto con entrambe le braccia. «Che cos’hai lì?»

«Vino. Toccava a me, no?» Glielo porse.

«Lacryma Christi», lesse lui dall’etichetta. «Il mio preferito». Tornò a guardarle i piedi.

Il Carceriere sbuffò. «Pensavo fosse una cena informale. Per questo non ho messo le scarpe».

L’uomo la perdonò con un sorriso, poi aprì la bottiglia. Versò del vino nei calici e ne porse uno alla donna. «Alla mia vittoria». Bevve e con il pollice cancellò una goccia di vino dalle labbra. «Davvero, non ti importa di aver perso?»

Il Carceriere quasi si strozzò. Si pulì la bocca con il dorso della mano. «Certo che mi importa!»

Lui rise. «Tu non sai mentire».

La donna posò il bicchiere. «E tu sei ben lontano dall’essere un galantuomo. Anche se porti le scarpe. Perciò finiscila con questa messinscena».PROMO PALINDROME LEI

L’uomo rise ancora. «Come desideri, Carceriere». Schioccò le dita e ciò che era sulla tavola scomparve. Rimase il cero, la bottiglia di vino e i calici. Il salone divenne un buco nero di oscurità, senza pareti, soffitto, né pavimento. L’odore di zolfo soffocò quello delle azalee, svanite con il resto dell’illusione.

«Hai vinto. Sei libero e io non sono più la tua guardia». Se lo ripeteva di continuo, da quando era successo, senza rammarico. Decidere di giocare quell’ultima partita era stata una scelta consapevole. Perdere era una possibilità. Era successo.

Lui le passò alle spalle. Le scostò una ciocca di capelli, con la mano ancora inguantata, e le disse piano all’orecchio: «In tutta sincerità, mi mancherai». Poi raggiunse l’altro capo del tavolo e si sedette.

«Bugiardo» disse lei, sorridendo al proprio riflesso sul bicchiere.

«Anche io ti mancherò».

«È una domanda?»

«No».

«Egocentrico».

«Despota».

La donna contrasse la fronte. «Come hai detto?»

«Sei adorabile, lo sai?» L’uomo si sfiorò le labbra.

«Smettila. Fa’ sparire quello smoking ridicolo e raccontami come ci sei riuscito». Il Carceriere si appoggiò al tavolo, sporgendosi in avanti. «Ma prima…»

L’uomo incollò gli occhi alla scollatura della donna. «Mia cara…?»

«… mi servirai la cena, Lucius».


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

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