Palindrome – Ep. 2 “La nave”.

2.

La nave

Art. 7 – La Federazione è indipendente e sovrana e lo Stato agisce per suo conto.

Art. 10 – L’ordinamento giuridico dello Stato si conforma alle norme elencate nel Patto di Unione, sancito dalla Federazione Mondiale degli Stati Riuniti. I cittadini di ogni Stato sono cittadini della Federazione e viceversa. Il diritto di cittadinanza si acquisisce con la nascita. Non è considerato cittadino della Federazione, o perde la cittadinanza: colui che a causa di una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che comporta difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa, vive una situazione di svantaggio sociale, e non contribuisce pertanto alla crescita economica dello Stato. Non è considerato cittadino colui che rifiuta una casa fissa e conduce una vita nomade, in condizioni di scarsa igiene, e adotta un modo trascurato di vestire e di curare la propria persona. Non è considerato cittadino l’individuo eroticamente attratto da soggetti del proprio sesso o da cittadini in età minorile. Non è considerato cittadino colui che pratica funzioni religiose, predica o diffonde messaggi politici in contrasto con il regime federale. Perde la cittadinanza chiunque abbia compiuto il sessantunesimo anniversario di nascita. Perde la cittadinanza colui che viola, o mostra l’intenzione di voler violare, la Legge della Federazione.nave

Tullio si tamponò il sudore con uno straccio trovato a bordo che puzzava di urina di topo. «La senti la tempesta?» Domandò.

La donna seduta al suo fianco s’infilò una gomma da masticare in bocca. Per qualche istante, lo sbattere della lingua sul palato sopraffece quello delle onde che sbatacchiavano la nave. «Non c’è nessuna tempesta».

«Sta arrivando. Ci schianteremo sulla costa. E forse sarà meglio così» sospirò Tullio. Chiuse gli occhi. Una gomitata sul fianco lo costrinse a riaprirli.

«La vuoi piantare?» La donna distese le gambe e appoggiò la testa alla parete in acciaio. «Fatti una dormita, okay?»

Una dormita. Tullio pensò a quante ore di sonno aveva già perduto nei giorni scorsi. A logorarsi dentro, a cercare un rimedio ai suoi guai. Torturato dalle domande. Mi beccheranno? Dio riconoscerà che non è mio il peccato, ma del sistema contro cui nemmeno Lui, che è l’onnipotente, si è opposto? E ancora: Dio esiste davvero? Notti trascorse a osservare una fotografia sul display. Sotto, una breve didascalia spiegava: È lei, si chiama Anna. Un nome palindromo, come palindroma era la sua stessa esistenza. Dalla cenere era nato e cenere sarebbe tornato a essere. Ma non ancora.

Tullio si bagnò le labbra. «Tu non hai paura di morire, vero?»

«No», rispose Anna.

Non era affabile. La foto l’aveva tratto in inganno. Dietro quel sorriso immortalato si nascondeva una donna introversa, poco incline alla conversazione e piuttosto brusca nei modi. Aveva persino tagliato i capelli, dopo lo scatto. Ora sembrava un porcospino, con gli aculei pronti a punzecchiare chiunque osasse avvicinarsi troppo.

Tullio si strofinò le mani sui pantaloni. Basta con queste cazzate, pensò, andiamo dritti al punto: «Forse è perché ti sei allungata la vita così tante volte, che è come se avessi vissuto un secolo. Dopo un po’ ci si stanca, credo».

A Tullio mancò il respiro. Una lama si era materializzata dal nulla e Anna gliela teneva premuta contro la gola. Era successo così rapidamente, che Tullio non boccheggiava per la minaccia, ma per la sorpresa.

«Brutto stronzo. Chi cazzo sei?», gli soffiò in faccia lei. «Ti ammazzo e poi ti butto in mare».

Tullio ingoiò un boccone di saliva. Aveva in bocca il sapore metallico del sangue. Mordersi la lingua era una pratica iniziata di recente. Abituarsi a quel gusto gli avrebbe reso meno amaro il fallimento, qualora lo avessero beccato. E allora sì, che ci sarebbe affogato nel sangue.

«Tranquilla. Non ho intenzione di tradirti. Ho la data di scadenza superata da due giorni». Tullio avrebbe voluto alzare le braccia in segno di resa, ma Anna lo teneva schiacciato contro il muro. Lei era forte e lui a digiuno da un po’.

Anna sbatté le palpebre. «Se è così, perché non sei ancora morto?»

La vergogna esplose sul volto di Tullio. Una lacrima gli scivolò sul viso, in silenzio. «Me la sono fatta sotto. Non ho avuto il coraggio». Si specchiò negli occhi vitrei di lei e quello che vide non gli piacque. Un uomo disperato, solo, smagrito e senza più un futuro. Come era potuto accadere? Un tempo era stimato e così sazio di amore. C’erano giorni in cui si sentiva soffocare dalla fortuna. Poi, d’improvviso, si era risvegliato impoverito. Caduto in disgrazia con una rapidità che lo aveva disarmato di ogni emozione. Il suono di uno squillo, un sms ricevuto sul cellulare, e sotto di lui si era aperto un baratro di solitudine e scandalo.

«Hai scelto il luogo sbagliato per nasconderti». Anna allontanò l’arma. La ripose all’interno della giacca. Si sedette accanto all’uomo e gli diede una pacca sulla coscia. «Una volta attraccati, ci faranno una scansione dei microchip, scopriranno che sei ancora illegalmente vivo e ti uccideranno a sangue freddo. La Federazione non perdona».

Tullio sovrappose la mano a quella di Anna, premendosela contro la coscia. «Per questo tu devi aiutarmi».

«Io non ti devo un bel niente». Anna sfilò la mano.

«Cecilia ha detto che lo avresti fatto».

Anna diede un colpo di nuca alla parete della stiva. «Dannazione, Cecilia».

Tullio si asciugò le lacrime e si aggrappò ai pantaloni della donna. «Ti prego, mi serve una nuova data di scadenza. Ci sono venti detenuti nella stiva, tutti condannati a morte, puoi dare a me un po’ dei loro anni».

Anna lo spinse via. «Amico, ehi, calmati. Okay? Non si può fare».

La barca subì un colpo su un fianco. La distanza tra i due aumentò e Tullio si sentì invadere dal panico. «Ma Cecilia ha detto che lo avresti fatto!»

Con un secondo sobbalzo, finirono una sull’altro. Sul volto della donna riaffiorò l’espressione che Tullio aveva visto per la prima volta, osservando la fotografia che Cecilia gli aveva inviato. Lui si mise a singhiozzare, lei lo baciò sulle labbra.

Anna si staccò da lui senza fretta. «Non ci sono uomini tra i detenuti. Per questo non posso farlo. Sono… tutte donne».

«Tutte donne?»

«Già». Anna sorrise.

Tullio le ghermì le spalle e la spinse via.

«Mi dispiace, amico, davvero». Anna si passò le mani sul viso. «Senti, hai vissuto due giorni in più, sei stato comunque più fortunato di altri».

Tullio si trascinò sul pavimento, raggiunse un fusto di metallo e ci vomitò dentro. Bugiarda, pensò, non ti dispiace affatto. Ti dimenticherai di me appena mi avrai voltato le spalle su quel molo maledetto. Si ritrovò a immaginare lo sbarco. Forse, con un po’ di fortuna, lo avrebbero giustiziato con la calma burocratica riservata ai detenuti della nave. Raccolse le gambe al petto e nascose la testa tra le ginocchia. No, decise. La fortuna l’aveva abbandonato. «Mi uccideranno come un cane. Ed è soltanto colpa mia. Se non mi fossi fatto prendere dalla paura, avrei avuto una morte dignitosa, come ogni cittadino del mondo, degno di rispetto».

Anna emise un lungo sospiro. Se davvero non gliene importava nulla della sorte di Tullio, sapeva mascherarlo bene. «Su, dai, non piangere. Vieni qui, fatti abbracciare».

Si raggiunsero al centro della stiva. Anna prese la testa di Tullio con entrambe le mani. Gli pulì la bocca con la manica della giacca e lo baciò ancora. «Starai meglio, credimi. Questo mondo è uno schifo».

«Intendi in Paradiso?»

Anna rise. «No, stupido. Il paradiso non esiste. Starai meglio perché non esisterai più. Vivere. Morire. Non avrà più importanza».

A Tullio si attanagliarono le viscere. La paura di non contare più nulla, di non essere più nulla, lo spaventava sopra ogni cosa. «Tu non hai paura di morire, vero, Anna?»

«Non più. Forse, come dici tu, comincio a essere stanca».

«Cecilia ha detto che per te rubi solo identità di donne con nomi palindromi. Perché?»

«Perché sono un’assassina seriale. E tutti gli assassini seriali hanno bisogno di un marchio. Credo».

«Un’assassina seriale. Forte». Tullio scivolò con la testa sul suo grembo. Se un tempo se ne sarebbe stato a debita distanza da tipi come lei, in quel momento gli parve la miglior compagnia. Fu così che capì d’essere giunto al capito finale del proprio dramma. «Posso addormentarmi così?» le chiese.

«Certo».


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

2 pensieri riguardo “Palindrome – Ep. 2 “La nave”.

  1. Wow Angela, mi stai coinvolgendo. Bravissima. Storia molto particolare, diversa dalle solite.
    Poi sta Federazione è proprio una brutta gatta da pelare. Speriamo che Tullio riesca a trovare una soluzione, magari Anna, l’assassina “palindroma”, estrarrà un coniglio dal cappello. Chissà!
    Avanti così, attendo con trepidazione il prossimo episodio.

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