Palindrome – Ep. 11 “Com’è triste la vita”.

11.

Com’è triste la vita

Art. 1 – Lo Stato è membro della Federazione Mondiale degli Stati Riuniti, che è fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al Legislatore, che la esercita nelle forme e negli obblighi decretati dal Patto di Unione.

Art. 2 – Lo Stato riconosce e garantisce i doveri inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento al dovere inderogabile di astensione politica e religiosa.

Il dottore sospirò per l’ennesima volta. Aveva cominciato nell’attimo in cui la paziente era entrata, lo aveva salutato, e s’era quasi ingozzata pronunciando il suo nome.

Si sfilò lo stetoscopio dalle orecchie. La visita era terminata. Devo dirglielo. «Sono preoccupato per la tua salute, Vilma».

«Stronzate». La donna soffocò un colpo di tosse, infilandosi la maglietta.

«Per me sei molto più di una paziente, lo sai».

Vilma gli diede un colpetto sulla spalla. «Non fare il romantico con me, Tullio. Ho smesso da tempo con certe cose».

«Pensi che nessuno ti voglia bene, ma non è così».

«Questo non è vero». Ammiccò, Vilma. «Io mi voglio bene. Per questo mi vizio».

Il dottore contò con le dita. «Fumare e bere, senza limite, non è viziarsi è condannarsi a morte».

«Come se smettere mi desse la vita eterna».

Tullio si accigliò. «Sei piena di rancore e ti stai perdendo molte occasioni».

Vilma lo afferrò per il camice e lo attirò a sé. «Ti riferisci a questa… occasione? In tal caso, non ho intenzione di perdermela».

Tullio scrollò il capo, regalandole un sorriso sghembo. «Mi arrendo. Sei irrecuperabile». Le prese le mani, già impegnate ad armeggiare con il terzo bottone. «Non ho ancora finito il turno».BACIO

La donna avvicinò le labbra a quelle dell’uomo. «Al tavolo siedono tre giocatori».

Tullio trattenne il fiato. Sta per farlo, pensò. Un brivido di eccitazione gli fece tremare il basso ventre. Socchiuse gli occhi e si preparò ad ascoltare.

Vilma sollevò il mento, avvicinando ancora di più la bocca a quella di Tullio. «Visi tesi, rapidi movimenti delle mani che distribuiscono le carte; vedete la cupidigia dei giocatori nel tremito delle mani e nei muscoli dei volti. Giocano. Poi tutti e tre cominciano a ridere, ride anche il cameriere che ha portato loro la birra e che s’è fermato vicino al loro tavolino. Ridono a crepapelle, ma non si ode alcun suono. Sembra che quegli uomini siano morti e che le loro ombre siano condannate a giocare eternamente a carte, in silenzio1».

Le loro labbra si sfiorarono. Un tocco onesto, senza eccesso.

Tullio le accarezzò il viso con il dorso di una mano. «Lo sai che citare rivoluzionari socialisti, oltre a stuzzicarmi, potrebbe metterti nei guai?»

Vilma rise, piegando la testa all’indietro. «Capisci, mio caro vecchio amico. Com’è triste per me la vita? Un’insegnante di storia che non può parlare del passato». Si aggrappò a lui con entrambe le mani. Una stretta decisa. «Ad ogni modo, il mio era un invito a giocare a carte».


1 Così Maksim Gor’kij, scrittore e drammaturgo russo, commentò “La partita a carte” dei fratelli Lumière («Nižegorodskij listok», 4 luglio 1896).


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

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