Palindrome – Ep. 8 “La data di scadenza” ed Ep. 9 “Un’interferenza imprevista”.

8.

La data di scadenza

Art. 4 – Lo Stato riconosce a tutti i cittadini il dovere al lavoro. Ogni cittadino ha l’obbligo di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale della società, dal ricevimento della licenza di abilitazione al lavoro e fino al compimento del sessantesimo anniversario di nascita. L’inadempienza è punita con la morte, sia essa conseguente a una scelta autonoma o subordinata.

Art. 6 – Lo Stato riconosce le minoranze linguistiche, altresì attribuisce al cittadino l’onere di conoscere la lingua unica Federale, come deliberato nel Patto di Unione. È compito dello Stato mettere a disposizione del cittadino gli strumenti necessari all’apprendimento della lingua.

«Cazzo!» esclamò Tullio.BISCA

Elisa, una sconosciuta che era passata di lì per caso e si era intromessa nel gioco di carte e di sussurri tra Vilma e Tullio, si accigliò. «Che succede, dottore? Le è arrivata la chiamata?»

Tullio non rise alla battuta e a Vilma si congelarono le viscere.

«Sul serio?! Lasciami leggere, ti prego!» chiese Elisa al dottore.

Tullio le allungò il cellulare.

La ragazza lesse ad alta voce: «Benarrivato al traguardo! Ti ricordiamo che tra due settimane scadrà la tua carta di identità. Ti invitiamo a recarti al centro di raccolta alla data e all’ora prestabilita». Restituì il cellulare, poi scrollò il capo. «Non ti invidio, amico, non ti invidio».

Il dottore estrasse un fazzoletto dalla tasca e si deterse la fronte.

La sconosciuta si rivolse a Vilma. «E a te, quando scade?»

«Ho ancora dieci fottutissimi anni di poker, sigarette e chiacchiere inutili». Vilma rispose con un fil di voce, aggrappata a Tullio con lo sguardo e con quello che restava della sua anima.

Tullio si alzò.

«Che fai, te ne vai, così?» Chiese Elisa con la fronte arricciata dal disappunto.

«Devo… prepararmi», rispose l’uomo.

Elisa gli diede un colpo sul fianco. «A quello ci penseranno i becchini». Poi esplose in una risata.

«Devo salutare i miei figli, i miei nipoti. Mia moglie. Dirgli che sto per morire», spiegò Tullio rivolgendosi a Vilma.

La parola moglie sembrò risvegliare Vilma dal torpore. Torse le labbra. «Come se non lo sapessero già».

«Sì, ma è l’SMS che ti fa cacare sotto dalla paura». Elisa si ficcò una gomma in bocca. Parlò masticando. «Poche storie. Questo sistema funziona! A sessantanni: fuori dai coglioni. E abbiamo risolto due problemi contemporaneamente».

Vilma squadrò la sconosciuta come faceva con i suoi studenti, quando davano risposte davvero stupide a quesiti che lei definiva fottutamente semplici. «E sarebbero?»

Elisa tenne il conto con le dita. «Niente più pensioni, né vecchi da mantenere e curare. È cinico e meschino, ma ha una sua logica».

Figlia della Federazione, o più semplicemente figlia di una bagascia che non ti ha insegnato un accidenti di buono. Vilma tenne per sé quel pensiero. Sorrise alla ragazza, poi a Tullio. Sei a tanto così da sparire dalla mia vita e ti preoccupi di parlare con tua moglie. «Siediti e non fare il pisciasotto. Ti è andata bene a essere arrivato alla tua età in salute. La settimana scorsa hanno approvato una nuova Legge: se ti viene il cancro, la procedura ha effetto immediato».

Elisa trasalì. La voglia di ridere sembrava esserle passata d’improvviso. «Giusto. Tu… tu non hai il diritto di lamentarti. Sei un fottutissimo uomo fortunato».

«Io non voglio morire, cazzo». Tullio scrollò il capo.

Patetico, pensò Vilma. E il suo piano di fare l’amore con lui, al termine di quella bisca, le sembrò d’improvviso una pessima idea.

La sconosciuta sembrò rianimarsi. «Certo che un po’ ti capisco. Anche a me girerebbero, sapendo che tocca a me, quando ancora c’è chi spreca soldi pubblici per imparare la lingua Federale. Per non parlare delle colonie di negri che se la spassano per il mondo.».

«I negri. Già. Questo sì che fa incazzare», la schernì Tullio. Guardò altrove con disgusto, prima di aggiungere: «Sei davvero impietosa».

Elisa sbuffò. «Risparmiami la predica! Venderesti l’anima per vivere un altro anno in più».

E tu chi sei? Si chiese Vilma, quando un uomo, in abito elegante e con le mani inguantate, entrò nel vicolo. Portava un vassoio, il cui contenuto era coperto da un tovagliolo.

«Salve», lo salutò Elisa, come se l’improvvisa comparsa di quell’individuo non fosse abbastanza fuori luogo da destare sospetto. «Vuole unirsi a noi?»

«Vi conoscete?» chiese Vilma.

L’uomo in smoking si accostò al dottore e gli parlò all’orecchio. Tullio impallidì, poi cominciò a tremare. La sua attenzione fu rapita da Elisa, la sconosciuta. La guardava come se fino a quel momento non fosse stata lì con loro.

«Che ti prende?» chiese la ragazza.

Lo sconosciuto porse il vassoio a Tullio. Il dottore fece scivolare la mano sotto il tovagliolo. Vilma osservava la scena senza muovere un muscolo. Qualcosa stava per accadere, se lo sentiva, ma una forza misteriosa le impediva di reagire. Il tovagliolo scivolò rivelando la mano di Tullio, stretta attorno a una lama.

Elisa strabuzzò le palpebre, ma anche lei sembrava paralizzata. Tullio si bagnò le labbra, poi affondò la lama nella gola della sconosciuta. Il sangue zampillò sulle carte, sul volto di Vilma, sporcò gli abiti di Elisa che gorgogliava lamenti e sbatteva gli occhi per la sorpresa. La sua agonia non durò a lungo. La testa di Elisa sbatté sul tavolo, ponendo fine alla partita.

Tullio annaspò, si guardò le mani. Lasciò cadere la lama. Cercò una risposta nello sguardo dell’uomo in smoking. Non la trovo. Fuggì via, senza dire addio all’amante.

Una lacrima rigò la guancia di Vilma. «Che… che gli hai detto?»

L’uomo in smoking raccolse la lama, la ripulì con il tovagliolo e l’adagiò sul vassoio. «Che avrebbe potuto barattare la sua morte con quella di qualcun altro. Ha scelto la vittima più giovane, per assicurarsi un tempo più lungo».

Chi sei tu? Da dove sei sbucato fuori? «Allungarsi la vita con un omicidio? Ma la Legge non consente una cosa simile».

«Davvero? Qualcuno deve avermi passato una notizia sbagliata. Mi dispiace molto». Lo sconosciuto sorrise. «Ah, per quanto riguarda la ragazza. Non dispiacerti. Tanto l’avrebbero fatta fuori comunque. Ha appena ritirato l’esito degli esami. Positivo».

E da dove era arrivato, l’uomo in smoking se ne andò.

9.

Un’interferenza imprevista

Il Carceriere rimase con il calice sospeso a mezz’aria. Tenne l’ultimo sorso di vino in bocca un istante, prima di mandare giù. Posò il bicchiere e incrociò le braccia al petto. Con il mento sollevato, scrutò Lucius.

L’uomo si passò l’indice dentro il colletto della camicia. Il gesto lo costrinse a una torsione della mascella. «So a cosa stai pensando».

«La tua interferenza non era prevista. Non faceva parte degli accordi».

Lucius alzò le braccia in segno di resa. Sulla fronte stavano nascendo minuscoli granelli di sudore. «D’accordo, ammetto di avergli forzato la mano, ma Tullio era un uomo corrotto. E avrebbe sbagliato ancora, ancora e ancora…»

Il Carceriere annuì. «Rilassati, Lucius. Non ho intenzione di ridiscutere la tua vittoria per questo».

L’uomo buttò fuori tutta l’aria che aveva nei polmoni. «Perdonami, devo abituarmi a questa tua nuova propensione alla sconfitta».

Il Carceriere scoppiò a ridere. Si piegò in avanti, tenendo le braccia strette all’addome. Sbatté il palmo sul tavolo e picchiò i piedi nudi su un pavimento fatto di infinito. Le lacrime iniziarono a rigarle le guance, macchiandole di nero la pelle cerea. Iniziò a colarle il naso.

«Così mi spaventi», ammise Lucius, muovendo le pupille come se cercasse aiuto nell’oscurità.

«Tu, spaventato?» Il Carceriere rise ancora più forte.

«Se c’è una cosa che può farmi paura, sei tu».

«Per questo hai tentato di sedurmi, con i cigni e quello smoking ridicolo?»

«No. Cioè… può darsi». Lucius si deterse il sudore con la manica della giacca.

Il Carceriere si asciugò le lacrime. Esaurì quello che restava dell’improvviso attacco di ilarità in brevi singulti e si tirò l’abito per coprire meglio le gambe. «Ti confesso che Tullio mi ha molto delusa. Confidavo in lui. Per questo gli ho scatenato contro la tempesta».

Lucius trasalì. Le pupille cremisi incatenate a quelle diamantine di lei, più affilate che mai. Emise un singulto e finalmente rise anche lui.


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

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