Palindrome – Ep. 6 “Senso di colpa” ed Ep. 7 “Un momento prima”.

6.

Senso di colpa

Art. 3 – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla Legge, senza distinzione di sesso, di razza e di lingua. È compito dello Stato rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo economico del Paese.

WILMALa trovò. Era sola. Seduta a un tavolo con una pila di mattoni al posto di una gamba. In un vicolo cieco, di un quartiere dimenticato da… «…dio». Rabbrividì. Le dava piacere pronunciare ad alta voce le parole proibite.

Vilma stava giocando a carte, da sola. Una sigaretta spenta le stava incollata alle labbra. Aveva i capelli raccolti. Si era truccata e aveva messo pure lo smalto. Forse aspetta qualcuno, pensò Anna. Meglio sbrigarsi.

«Ciao, Vilma», la salutò.

Vilma continuò a distribuire le carte sul tavolo. «Ciao a te, come diavolo ti chiami».

«Anna».

«E com’era?»

«Com’era chi?»

«Quell’Anna a cui hai fottuto l’identità, gli anni, i sogni, eccetera, eccetera, eccetera…» Vilma si accese la sigaretta e indirizzò la prima boccata alla figlia.

Anna prese una sedia. «Oh, ti prego, mamma. Non farmi la morale. Penso a me stessa come fa chiunque, a questo mondo. Oggi si nasce peccatori e battezzarsi è un reato. Ci hanno tolto tutto, pure la possibilità di credere che sia possibile tornare puri con un rituale».

«Io non ho mai creduto a tutte quelle stronzate».

«C’è qualcosa in cui credi, mamma?»

«Chi è che vuole fare la morale, adesso?»

«L’accidia ti è arrivata alle viscere. Morirai, se andrai avanti così».

«Morirò in ogni caso, tra una decina d’anni». Vilma voltò una carta. Asso di denari. La posizionò all’apice di una fila dello stesso seme.

«Posso fare in modo che siano di più, lo sai».

L’ultima boccata di fumo spezzò il fiato a Vilma. Tossì fino a lacrimare, prima di riuscire a parlare di nuovo. «Perché dovrei fare una cosa così stupida? Non c’è più niente per me, in questo mondo di merda».

«Come puoi dire una cosa del genere?!» Con un gesto, Anna spolverò le carte da gioco, che finirono in parte sull’asfalto.

Vilma sputò la sigaretta per terra. «Perché l’hai fatto?»

«Dannazione, mamma, papà se n’è andato, ma hai ancora i tuoi studenti, me e Cecilia!»

Vilma incrociò le braccia al petto. «Studenti a cui non frega un accidenti delle mie lezioni. E sai perché? Perché una buona parte di quello che ho da insegnare è sotto censura. Riguardo a te, Anna, quanto tempo passerà tra questa visita e la prossima? Sempre che non ti becchino. Avrai ancora i capelli neri? E quale sarà il tuo nome? Succederà che non ti riconoscerò più. E per quanto riguarda tua sorella… Ce-ci-li-a. È colpa sua se tuo padre mi ha lasciata».

«Ma che stai dicendo?»

Vilma sfilò un’altra sigaretta dal pacchetto. «Chi credi che l’abbia fatta entrare nelle nostre vite quella ragazzina per cui tuo padre ha perso la testa? È stata lei, Cecilia. La tua egocentrica sorellina, che non pensa mai alle conseguenze delle sue azioni».

Anna rise. «Non posso crederci. È così forte il tuo bisogno di dare la colpa a qualcuno, che te la sei presa con l’unica persona che ancora ti vuole bene?»

«Risparmiami queste stronzate. A nessuno frega un cazzo di me».

Anna soffiò aria dal naso. Con la fronte accigliata e le braccia al petto, osservò la madre accendere e fumare un’altra sigaretta fino al filtro. Capì che la conversazione era finita quando la vide piegarsi per raccogliere le carte che erano cadute.

«Se davvero pensi che non ci sia più niente per te, in questo mondo di merda, non ti resta che un’ultima cosa da fare», disse la ragazza.

Vilma la guardò negli occhi, ma rimase in silenzio in attesa.

Anna si accostò e le parlò in un sussurro. «Togliti di mezzo e smetti di soffrire».

Vilma sorrise. «Finalmente».

Vaffanculo, pensò Anna, non ti dico un cazzo di Cecilia. Si calcò il passamontagna sul viso e se ne andò senza salutare.

7.

Un momento prima

«E il suicidio sarebbe una soluzione?»

Il Carceriere si era alzato e camminava avanti e indietro. Fluttuava, in realtà, nel vuoto del limbo in cui era ospite a cena.

«È comprensibile, se ci pensi bene. L’uomo di oggi non crede più nell’aldilà».

«La verità è che non crede più a niente», il Carceriere si passò una mano sul viso. «Per questo io e te siamo qui».

Lucius riempì i calici. «Siedi, mia cara».

«Tu mi chiedi se sono stanca. Come potrei non esserlo?» Le si inumidirono le pupille. La voce indebolita da un accenno di pianto. «Se nessuno crede più, che ruolo ho io? Qual è il mio scopo? Svanirò nel nulla, come è svanita la speranza?» Il Carceriere sembrò perdere l’equilibrio. Lucius fu al suo fianco per sorreggerla.

«Mia cara, sei sconvolta».

Si guardarono. Fuoco e Acqua che si scontravano. Nell’essenza di lui stillò una goccia di compassione, in quella di lei si accese la fiammella della paura. Nel cuore di entrambi pulsò il seme del proprio opposto.

«Lo senti? Qui dentro». Lucius le premette il palmo sul seno. «Né tu, né io, potremo mai svanire. Siamo uno nell’altro».

Il Carceriere annuì. Lucius l’aiutò a sedersi, poi tornò al proprio posto. Spinse il calice pieno verso la donna. «Vilma ha scelto di porre fine alla sua vita, perché aveva il cuore spezzato». Bevve un sorso di vino. «Tullio era stato lì un momento prima e se ne era andato, per non tornare mai più».


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

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