Palindrome – Ep. 5 “Condannato a morte”.

5.

Condannato a morte

Art. 5 – Lo Stato è riconosciuto tra le autonomie locali autorizzate dalla Federazione, che è una e indivisibile, al fine di attuare il decentramento delle funzioni amministrative.

Art. 9 – Lo Stato promuove lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnica, tutela il paesaggio, controlla e regola l’espansione demografica del proprio territorio, secondo quanto stabilito nel Patto di Unione.

Cecilia fissava il vuoto. L’odore di disinfettante le dava la nausea, ma la distraeva. Si sforzava di non pensare al carrello in acciaio parcheggiato sul lato destro del lettino. A quello che c’era sopra, più che altro. Avrà una faccia? pensò, prima che lo stomaco le si strizzasse. Avvicinò il catino che il dottore le aveva messo in grembo e ci vomitò dentro.

DOTTORE«Ehi tutto, okay?», le chiese Tullio. Due occhi da panda lo fissarono in risposta. «Pessima domanda, ti chiedo scusa».

Cecilia abbandonò la testa sul cuscino. «Inutile piangere a questo punto, giusto?»

«Hai dovuto fare una scelta. Non sarebbe stata semplice, in ogni caso».

«Io non ho dubbi che sia stata quella giusta, dottore». S’irrigidì. Perché deve essere scontato che sia il contrario, cazzo. È della mia vita che stiamo parlando!

«E allora cosa c’è che non va?»

La collera si placò. Conosceva Tullio da abbastanza tempo da sapere che era un buon medico, oltre che un buon ascoltatore. Anche se aveva il sospetto che si scopasse sua madre, di tanto in tanto. «Mi ha lasciata! Mi ha lasciata perché ho deciso di abortire».

«Capisco».

«No, non è vero».

Tullio si tolse un guanto. «Cecilia, io non sono nella posizione di poterti giudicare. E non voglio nemmeno farlo. Sono tempi difficili, questi. Sembra che tutto vada al contrario. La morale non conta più. Contano solo i numeri. E i numeri dicono che siamo diventati in troppi, su questo cazzo di pianeta».

A Cecilia scappò un sorrisetto. Il dottore ha appena detto -cazzo-. Tornò arcigna. «Lo avrei tenuto il bambino, se non mi avessero costretta a scegliere tra la mia vita o la sua».

«È la Legge. Ingiusta, ma pur sempre la Legge». Tullio serrò le labbra. Inspirò a fondo, prima di abbozzare un sorriso tirato.

Che fa? Si commuove. Davvero gli importa? «Dottore, va tutto bene?»

«Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro. La mia scadenza è fissata a domani».

Merda! Lo facevo più giovane. «Oh. Io… Mi dispiace».

Il dottore scrollò le spalle. «È pazzesco. Conosci la tua data di scadenza da quando vieni al mondo. Te la imprimono sul microchip e resta lì per tutto il tempo, ma è solo quando ricevi il messaggio che ne prendi coscienza e d’improvviso ti sembra…»

«Ti sembra di aver vissuto per niente», finì per lui Cecilia. «A parte aver contribuito alla crescita economica mondiale».

Tullio diede un colpetto sul dorso della mano della ragazza. «Già». Allontanò il carrellino di acciaio e si mise a riordinare.

«E lei si sente pronto, dottore?» Cecilia sentiva il bisogno di saperlo. Doveva una motivazione a se stessa.

Tullio lasciò cadere alcuni attrezzi in un contenitore per la raccolta dei materiali monouso. Le rispose senza voltarsi. «No. Non mi sento affatto pronto». Esitò, prima di aggiungere: «Non sei una persona orribile, se è quello che ti stai chiedendo. Ci sono uomini che farebbero di peggio, per allungarsi la data di scadenza. Ma purtroppo, questo non è possibile».

Il cellulare di Cecilia vibrò sullo scaffale dove lo aveva lasciato. Seppe chi era, senza il bisogno di guardare. Anna chiamava sempre alla stessa ora. «In realtà, un modo ci sarebbe».

Tullio strinse il bordo del carrellino con entrambe le mani. Aveva curvato la schiena e il suo respiro si era fatto pesante. «Attenta a quel che dici, ragazza. L’ultima volta che mi è stata data una speranza, ho… fatto una cosa orribile».

«Mia sorella può riprogrammarle il microchip».

Il cellulare smise di vibrare.

La risata di Tullio fece trasalire Cecilia. Una fitta la colpì là dove, pochi istanti prima, le aveva messo i punti di sutura.

Tullio scrollò il capo. «Le identità sono tutte registrate. Tua sorella potrebbe anche essere un’abile hacker da riuscire a introdursi nel sistema, ma cambiare una data di scadenza non passerebbe inosservato. Un secondo dopo e avrei un bersaglio disegnato sulla schiena. Non voglio essere ammazzato come un cane. Se devo morire, che succeda dignitosamente».

«Farsi fare un’iniezione letale è morire dignitosamente?» Coglione, pensò Cecilia.

«È la Legge».

«La Legge fa schifo. E comunque Anna non si limiterebbe a darti più tempo. Avresti una nuova identità, una nuova vita».

Il dottore curvò ancora di più la schiena. «Quello che stai facendo è davvero meschino. Illudermi che sia possibile ricominciare da zero».

«Quello che sto cercando di fare è darle un’altra occasione, quella che Anna non ha potuto dare a me. Uno scambio di identità. Un furto, più che uno scambio. Anna potrebbe riprogrammare il suo microchip, invertendo l’identità di un’altra persona con la sua. Lo so, bisogna impacchettare la propria coscienza e gettarla da un treno in corsa, per fare una cosa del genere, ma…»

«E quanto mi costerà questo furto?»

Cecilia si morse il labbro. Aveva pensato a mille scuse, prima di presentarsi all’appuntamento. Non avrebbe mai immaginato che il destino gliene avrebbe offerta una sul piatto d’argento. Dopotutto, pensò, che ne se ne fa del denaro un condannato a morte? Tanto vale… «Non ho i soldi per l’intervento».

«Va bene».

Non ci hai messo molto a decidere, eh, dottore?

Tullio sollevò l’indice. La sua fronte si aggrottò all’improvviso. «Però, devi promettermi che non lo dirai a Vilma. Quella donna ha una morale di ferro».

Allora è vero che ti scopi mia madre! «Promesso».


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

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