Palindrome – Ep. 4 “Buonanotte”.

4.

Buonanotte

Art. 8 – Tutte le confessioni religiose contrastano l’ordinamento giuridico della Federazione. Chiunque non rispetti tale principio è punito con la morte.

La chiave si bloccò al primo tentativo. La porta era aperta.

Vilma spinse il battente con entrambe le mani e l’odore di chiuso la colpì allo stomaco. Si tappò naso e bocca con il palmo della mano. Non vomitare. Non vomitare, si disse. Si tolse le scarpe ed entrò in punta di piedi. Richiuse la porta con la cura di non fare troppo rumore, poi andò a spalancare la finestra del soggiorno. L’aria entrò con prepotenza nella stanza, smuovendo le pagine di un quotidiano abbandonato sul tavolino.

Vilma udì un click e la luce illuminò il locale. Cecilia era seduta sulla poltrona, la mano ancora stretta alla catenella della lampada da terra. «Mamma».

Vilma sollevò il mento. Sentirsi braccata era una cosa che non le piaceva, la metteva a disagio. Ma non te la darò la soddisfazione di avermi messa con le spalle al muro, ragazzina. «Ehilà! Ce-ci-li-a!»

«Dov’eri finita? Ti ho aspettata per ore. Stavo per chiamare la polizia».

Vilma incrociò le braccia formando una ics. «Lascia perdere la polizia. Ti ho detto che hanno fatto a quella poveraccia di Adele, la scorsa settimana?» Barcollando, raggiunse l’altra poltrona.

«Un milione di volte».

«Le hanno anticipato la data di scadenza di due anni, solo per essersi fatta il segno della croce in pubblico. Quel ragazzo le era morto davanti agli occhi, maledizione, investito da un’auto impazzita».

«Sì, è terribile mamma, ma io ho bisogno di te, ora. Sono a pezzi». Le tremò la voce.

Vilma distese le gambe sul tavolino e prese a massaggiarsi le tempie. «Oh, Cecilia. Sempre melodrammatica».

«Sono così disperata, mamma. La mia vita è uno schifo».

«Ti sembra che a me vada meglio? E Adele, poveretta, che dovrebbe dire?»

«Adele? Mamma, stiamo parlando di me. Vuoi ascoltarmi, per una volta?»

alcool«No». Vilma sorrise. «Credo di essermi presa una bella sbronza».

«No? Come sarebbe a dire: no?!»

«Significa che non voglio farlo. Non ne voglio sapere niente, qualunque cosa sia».

Cecilia si morse il labbro. Una lacrima le rigò il viso. Vilma capì che sua figlia stava per mettersi a frignare. Un’altra di quelle cose che detestava.

La voce di Cecilia l’aiutò a non chiudere gli occhi. «Mamma, è successa una cosa…»

«Succedono cose ogni giorno. Perciò non fare l’egocentrica e lasciami in pace». Stava salendo la nebbia. Una coltre di vapore incorporeo le avvolgeva i pensieri. Sentiva che stava sprofondando e che le restava poco tempo. Doveva raggiungere il letto e aprire il fottutissimo terzo cassetto del comodino. Doveva farlo prima che il sonno se la portasse via, impedendole di fare ciò che si era messa in testa.

Cecilia si alzò. «Egocentrica? Io sarei egocentrica? Guardati, pensi solo a te stessa. Non sei mai a casa, sperperi lo stipendio per bere, fumare e giocare».

Dai, incazzati, ragazzina, pensò Vilma. E accendiamo una bella discussione che mi svegli un poco e mi faccia raggiungere la camera da letto. Tocchiamo qualche nervo scoperto. «Con i miei soldi ci faccio quello che mi pare. Tu piuttosto, hai trovato un lavoro? Sei diventata adulta due giorni fa, o sbaglio?»

Cecilia incrociò le braccia al petto. «A proposito, grazie per la festa che mi hai organizzato».

«Ce-ci-li-a, le feste sono per le famiglie normali e questa non è una famiglia normale. Quante volte devo ricordartelo?» Vilma scoppiò a ridere. La nebbia si stava dissipando.

«Oh, ti prego, non voglio parlare di mio padre».

E invece ne parliamo di quel puttaniere. Ne parliamo eccome! «Ha avuto un altro figlio, lo sapevi?»

«Ho detto che non voglio parlare di mio padre!» gridò Cecilia.

Vilma torse le labbra. La mente era tornata lucida come se non avesse toccato un goccio. «La puttanella per cui mi ha lasciata è rimasta incinta appena in tempo, una manciata di settimane e la Legge non glielo avrebbe più permesso. Come invece è successo a te».

«Smettila, ti prego». Cecilia si sfiorò le labbra con la punta delle dita. Tremava.

E non ho ancora finito. «Non puoi più avere figli, Cecilia. Ci hai pensato? Ti sembra ancora che ci sia da festeggiare?!»

«Sei crudele». Cecilia si lasciò cadere sulla poltrona, le mani strette tra le gambe.

«La vita è crudele, mia cara». Vilma batté i palmi sui braccioli della poltrona. Si sentiva piena di sé. «Ora, me ne vado a dormire. Sono stanca di tutte queste chiacchiere».

«Se non ti svegliassi più, non verserei una lacrima per te».

Alzarsi non fu semplice per Vilma. Corpo e mente non erano allineati. Sentiva le membra molli, già assopite. «La nostra conversazione finisce qui, Ce-ci-li-a. Salutami tua sorella, qualunque sia il suo nome in questo momento e dille che ho deciso di seguire il suo consiglio». Le occorse un grande dispendio di forze, per raggiungere la camera da letto. Si voltò ancora una volta, prima di entrare. Sorrise, quando vide Cecilia mostrarle il dito medio.


(estratto dal racconto Palindrome, opera inedita di proprietà di Angela Gagliano).

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