Bieco Accordo. L’estratto.

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Cassandra si svegliò nel suo appartamento. Aveva la bocca aperta e una chiazza di bagnato le macchiava il cuscino. Si pulì il viso con il palmo. «Che schifo».

Dalla finestra filtrava la luce del giorno, ma non era stata quella a interrompere il suo sonno.

La testa le pesava come un macigno. Avrebbe dormito ancora, se lo scorrere dell’acqua proveniente dal bagno non l’avesse svegliata. L’aria era intrisa della fragranza del bagnoschiuma preferito di Andrea, suo marito.

Cassandra premette la faccia sul cuscino. «Lui e la sua abitudine di farsi la doccia alle prime luci dell’alba».

Si chiese se doveva raggiungerlo. Forse le avrebbe fatto passare il mal di testa. Andrea sapeva come distenderle in nervi.

Si morse il labbro e fece scivolare la mano oltre l’elastico del pantalone del pigiama. Indugiò prima sullo slip, poi sollevò anche quello per scoprire che, nonostante l’emicrania, il suo corpo reagiva.

Decise di alzarsi. Si spinse sui gomiti e la stanza vorticò. La calura della notte le era rimasta appiccicata addosso. E aveva la sensazione di avere delle zavorre invisibili appese alle membra.

Lo scroscio dell’acqua s’interruppe. Al profumo del bagnoschiuma si sostituì quello acre del sudore.

Cassandra si ricordò che abitava da sola, in quell’appartamento vicino al centro della città. Da due anni. Da quando suo marito era morto.

Il cuore le galoppò in petto. Lo scroscio dell’acqua nella doccia era stato una sua fantasia, ma il disordine della stanza era ancora lì.

I cassetti erano aperti, gli abiti giacevano rovesciati sul pavimento e le pagine del manoscritto si trovavano sparse per la camera.

Cassandra afferrò la lampada dal comodino e la impugnò come un’arma. Scivolò giù dal letto e per un soffio non calpestò i cocci delle porcellane che le avevano regalato i suoi genitori per il primo anno di anniversario di matrimonio.

Raccolse una cornice capovolta che la ritraeva insieme ad Andrea. Con la lampada stretta tra le mani, andò in cucina. Sul tavolo trovò dei flaconi rovesciati. Non era rimasta una pillola. Mancava più di metà della scorta di Lexotan, sufficiente per un mese.

Fu colta dalla nausea. Abbandonò la lampada e corse in bagno a vomitare.

Fece scorrere l’acqua nel lavandino e sciacquò il viso. Chiuse il rubinetto, ma il rumore della acqua non si interruppe. Con il cuore in gola, si deterse il volto e si voltò in direzione della doccia. Tutto era al proprio posto. Fermo e silenzioso.

Si prese la testa tra le mani. «Chiara ha ragione. I farmaci mi stanno fottendo il cervello».

Tornò in camera e si mise a rassettare. Raccolse i fogli del manoscritto che aveva portato con sé alla Occulto, Il risveglio dell’Arcano, e li mise in ordine di pagina.

Le lodi di Lucio Urbano Teschio, direttore della Occulto Editore, le ronzavano ancora nelle orecchie.

***

Quell’uomo era un adulatore. Poteva permetterselo, poiché era attraente. Aveva tratti marcati, impreziositi da un velo di fondotinta. I capelli scuri dal taglio spettinato gli sfioravano le orecchie in onde disordinate. Ricevette Cassandra in abito elegante e, quando le offrì il palmo, Cassandra si vergognò di avere delle mani così trascurate. La pelle di Lucio Urbano Teschio, al contrario, era liscia e priva di imperfezioni.

Durante il colloquio, le dita lunghe dell’uomo passarono spesso dalle pagine del manoscritto al dorso delle mani di Cassandra. Sull’ultima pagina, gli occhi scuri del direttore si spostarono dalla bocca di lei allo scollo della camicetta. Si morse il labbro. «Io ti voglio Cassandra». La lasciò fremere prima di aggiungere: «Ti voglio nella mia squadra».

Nella stanza la temperatura aumentò. Goccioline di sudore scorrevano lungo le tempie e sulla schiena di Cassandra. Al contrario Lucio Urbano Teschio sembrava fresco come un prato appena annaffiato.

Lucilla le mise un plico di fogli in mano, interrompendo l’empatia tra Cassandra e l’uomo. «Complimenti, signorina Reale, si è appena guadagnata un contratto editoriale». Il volto le si deformò in un’espressione contrariata, sufficiente a farle intendere che tra lei e il direttore ci fosse più di un semplice rapporto di lavoro.

Cassandra si massaggiò le tempie. Le voci avevano ripreso a sussurrarle nella testa, anche se non riusciva a cogliere il senso di quello che dicevano.

«Signorina Reale. Qualcosa non va?» Lucilla le sorrise.

Cassandra torse le labbra, ripensando alla sua vecchia bambola. «Mi chiedevo», disse. «Non dovreste leggere il romanzo, prima di offrirmi un contratto?»

Il direttore alzò il mento. Mosse la mano a un centimetro dal manoscritto. «È eccellente, mia cara».

Cassandra avvertì una lieve vibrazione scuotere la stanza. Si alzò dalla sedia con il volto accalorato. Si sentiva presa in giro. «Vuole farmi credere che le è bastato sfiorarlo, per sapere cosa c’è scritto?»

Lucio Urbano Teschio si accese un sigaro. «E come le ho già detto, l’ho trovato eccellente». Tirò una boccata profonda e soffiò.

Il fumo avvolse Cassandra. L’odore del sigaro le confuse i sensi. Sentì le dita stringere un oggetto cilindrico e una mano guidarla fino a farlo premere contro una superficie rigida. Le voci avevano cominciato a gridare forte, ma l’estasi in cui si trovava avvolta le impediva di reagire. Tornò in sé, nell’attimo in cui si sentì trattenere per un gomito. Lucilla l’aveva accompagnata alla porta, invitandola a lasciare l’ufficio dall’uscita di servizio.

***

Arrivederci, signorina Reale, e benvenuta nella mia squadra.

Nella camera da letto del suo appartamento, Cassandra udì pronunciare il saluto che le aveva rivolto Lucio Urbano Teschio. E di nuovo udì il rumore dell’acqua che scrosciava nella doccia.

Si coprì le orecchie. «Non è reale. Non è reale. Dopo il colloquio avevo un mal di testa da fare impazzire, sono venuta a casa e mi sono ingozzata di farmaci. È colpa di quelle dannate pillole». Fece scivolare i palmi dietro la nuca. Sentiva i nervi tesi come corde.

Dal bagno non proveniva più alcun suono. Fece un respiro profondo.

Cercò il documento consegnatole da Lucilla tra i fogli ancora sparsi. Lo trovò sotto una camicia bianca. L’indumento non apparteneva al suo guardaroba. Lo annusò. Odorava di dopobarba e di sigaro. Sul colletto c’erano ricamate le lettere L. U. T.

«Oh, mio dio», si sfiorò le labbra. Ciò che quella camicia e il letto disfatto le suggerivano le provocò un capogiro.

Il suono del cellulare la fece trasalire. Chiara le aveva mandato un messaggio. Fai l’amore con un uomo.

Cassandra sollevò la camicia tra pollice e indice. «E se ti dicessi che forse l’ho fatto, ma non me lo ricordo?» Scrollò il capo e lasciò cadere l’indumento. Una volta toccato il suolo, l’oggetto cambiò forma. Al posto della camicia, apparve una sottoveste color prugna.

Dannate pillole.

Sulla prima pagina del contratto, il nome della Occulto Editore sembrava scritto con il sangue. In calce al documento, nello spazio riservato alla firma per accettazione, Cassandra riconobbe la propria calligrafia. Ne seguì il tratto con il polpastrello. «Io non ho mai…»

Arrivederci, signorina Reale e benvenuta nella mia squadra.

«Benvenuta…» sussurrò Cassandra. Ricordò l’odore del sigaro di Lucio Urbano Teschio e lo stordimento che l’aveva colta. Le dita stringersi su un oggetto, per poi premere contro una superficie rigida e la pressione della mano di Lucilla sul gomito. «Mi hanno costretta a firmare».

Tra le dita di Cassandra, il contratto prese fuoco.

Avvertì una vibrazione sotto i piedi. La cornice, con la foto che la ritraeva con Andrea nel giorno delle nozze, cadde. Il lampadario oscillava, facendo tintinnare le gocce di vetro.

Cassandra si aggrappò al pomo del letto matrimoniale. «Non è reale. Non è reale».

Un tuono le strappò un grido. La finestra si spalancò e l’aria soffiò all’interno dell’appartamento, aggiungendo altro disordine.

«Non è…» le parole le morirono in bocca. Un ramo d’albero era stato soffiato dal vento nella stanza e aveva colpito Cassandra sulla fronte.

Si fece buio. Dalla finestra aperta, Cassandra vide il sole spegnersi e le nubi ingrossarsi.

«Non può essere…» sussurrò. Si piegò su sé stessa e ripeté come stavano le cose. Doveva essere un miracolo se era ancora viva. Un’overdose di pillole, ecco cos’era stato a procurarle tutte quelle allucinazioni.

Ma ritrovare la calma non fu semplice. La sua immaginazione non accennava a fermarsi. Il vento le ululava nelle orecchie, la terra continuava a tremare e si udivano tuoni così potenti da rimbombarle nel petto.

Benvenuta nella mia squadra, Cassandra. Avevi ragione. Hai fatto qualcosa di davvero speciale. La voce di Lucio Urbano Teschio le giunse come un sussurro.

Cassandra strisciò fino a ritrovarsi con le spalle al muro. Oltre la finestra, le nubi cominciarono a roteare, dando vita a un vortice.

Decise che non sarebbe rimasta ad attendere che gli effetti delle droghe diminuissero, con il rischio che le accadesse qualcosa di irreparabile. Aveva bisogno di aiuto. E mai come in quel momento, le fu più chiaro a chi doveva chiederlo.

Infilò i primi indumenti che trovò tra quelli disseminati per la stanza. Finì di abbottonare la camicia, mentre scendeva le scale. Lasciò l’appartamento senza preoccuparsi di chiudere la porta a chiave.

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