Calli, capelli lunghissimi e parole a màtula.

Avevo sei anni, quando mi fu predetto il futuro.
Accadde in una mattina di Settembre, tra i banchi di una scuola che non mi piaceva, perché aveva i muri grigi e i saloni grandi. Io mi sentivo ancora troppo piccola, per potermi muovere in uno spazio così immenso, senza mamma e papà. Una picciridda incapace di affrontare le scale e le porte con le insegne. 
Il primo giorno, la ragazzina simpatica, dai capelli lunghi un metro che le si incastravano nelle bretelle dello zaino, mi aveva lasciata sola nel salone. 
Io sono nella sezione H. Ci hanno divise. Peccato.
 
Ci eravamo conosciute in Agosto. Mentre i miei genitori erano impegnati con il trasloco e io potevo esplorare il cortile. Era un grappolo di palazzi alti, grigi, con gli infissi rossi, che chiamarlo cortile mi pareva una cretinata. C'erano i vialetti, i giardini, e le scale che portavano a un mondo sotterraneo in cui si districavano labirinti e porte in alluminio. 
Io e Capelli Lunghissimi ci scontrammo in sella alle nostre biciclette. Entrambe avevamo infilato a gran velocità un vialetto pedonale. E mentre io ragionavo su chi di noi due avesse più diritto alla precedenza, lei mi sorrise, mostrandomi due incisivi enormi. 
Vuoi essere mia amica? 
Mamma mi diceva che il Condominio era una versione rimpicciolita di quello che accadeva fuori. C'erano gerarchie da rispettare, regole, spazi in cui potevi muoverti e altri che invece erano vietati. Non fu facile, all'inizio. Ma Capelli Lunghissimi sapeva come cavarsela in ogni situazione. Se ne fregava delle gerarchie e faceva tutto quello che le passava per la testa. A me certe cose non stavano bene, ma non avevo il coraggio di cambiarle. Bastava parlarne con lei e tutto era sistemato. Per molti eravamo una coppia male assortita. Io ero sovrappeso, con la pelle sporcata dal sole e un cespuglio di capelli ricci. Lei era secca come un chiodo e pallida da fare spavento.
Capelli Lunghissimi non mi lasciava mai. Tranne il primo giorno di scuola. 
Io sono nella sezione H. Ci hanno divise. Peccato.

Frequentando la scuola capii che mamma non sempre aveva ragione. Il Condominio era una piccola realtà all'interno di un mondo che le regole le cambiava di continuo. 
Se una volta ero una graziosa bambina dai lineamenti da mulatta e mi facevano i complimenti per i miei occhi grandi, l'altra diventavo la terrona che mangiava caponata di melanzane a colazione. Spiegare che a colazione noi mangiavamo pane duro, spezzettato nel latte, non servì a migliorare le cose. E la volta successiva la mia era una famiglia di poveracci che non aveva i soldi per comprarsi le brioches. 
Mamma mi diceva che non dovevo dare troppa importanza a quei commenti cretini, che tanto noi ce ne saremmo tornati presto al sud. Io non ci credevo molto, perché nel frattempo dal sud arrivavano i camion con i mobili. Capelli Lunghissimi invece rideva. Diceva che erano battute sceme e poi dava della scema anche a me. 
Che sei locca!

Eppure quello che si faceva a scuola mi piaceva. Scoprivo nuove cose. Spesso succedeva che i miei compagni fossero più avanti di me. Non ammettevo i miei limiti. Prendevo tempo e tornavo al passo con gli altri. 
Osservavo, ascoltavo e, quando ne fui capace, cominciai a scrivere. 12246741_10208209468304057_4530570267598343428_n

Non mi sfuggiva nulla. Ero abile ad ascoltare la lezione e allo stesso tempo a non perdermi una sillaba di quello che si diceva due banchi più in là. E poi, quando avevo un momento, scrivevo tutto quello che non volevo dimenticare.

La mia mano destra cominciò a subire i segni di quella pratica. Vicino all'unghia del dito medio si formò una macchia purpurea, che con il passare delle settimane si trasformò in una piccola escrescenza. Quando scrivevo faceva male ed era orribile da vedere. La coprivo con un cerotto ma, quando la penna ci premeva contro, il dolore lo sentivo lo stesso. Andai avanti così per un po', finché il dolore piano piano diminuì. La macchia rossa si era sbiadita, lasciando un alone giallognolo e l'escrescenza era diventata una palla dura. Lo feci vedere a mia madre. 
Ti è venuto un callo. 
Mi vennero in mente i piedi di mia nonna, ricoperti dai calli. Pensai a quanto si lamentava, mentre camminava. A volte la vedevo armeggiare con le forbici e tagliare via quegli avanzi di pelle dura che diceva fossero la causa del cattivo odore. Immaginai le mie mani ricoperte di calli doloranti e puzzolenti e dissi a mia mamma che non avrei scritto più. 
Ma che dici, scema, i calli mica si moltiplicano così. 
E nonna allora? Ha i piedi pieni. 
Nonna si mette le scarpe sbagliate, per quello le si sono purriti i piedi.
Ah. Sicura?
Sicura. Scema. Quello che hai tu è una cosa bella. 
Sì, bella. 
Vero. Chiedilo alla maestra tua, se non ci credi.
 
La maestra, che mi chiamava la mulatta e diceva che avevo gli occhi grandi, mi prese la mano destra sulla sua. 
Aveva sempre la fronte aggrottata e un tono severo. Quello che diceva lei era legge e nessuno si azzardava a contraddirla. Alcuni compagni dicevano che aveva già superato i cento anni, che aveva girato tutto il mondo e che non aveva mai detto una parola a vanvera. 
Mamma mi spiegò che a vanvera era come dire a màtula. 
Capelli Lunghissimi diceva che a cent'anni hai troppi dolori per fare ancora la maestra. E che, se davvero fosse stata così vecchia, doveva certamente essere sfasata di testa, perché da una certa età in poi succede e si cominciano a dire un sacco di cretinate. Proprio come era successo a una sua parente. 
Quel giorno, con la mia mano destra sulla sua, la maestra si sollevò le lenti, per guardare da vicino il mio dito deformato. I suoi denti d'oro brillarono più del sole di quella mattina del Settembre 1987. 
Tu hai il callo dello scrivano.
È una cosa grave?
Ti piace scrivere?
Sì.
Allora non è grave. È il tuo destino.
Il mio destino?
Avere le mani puzzolenti e piene di calli non mi pareva un destino di cui c'era da sorridere, eppure la maestra sorrideva.
Tu da grande farai lo scrittore. 
Davvero?
Vedi? Lo dice la tua mano.

Sulla mia mano non comparvero altri calli e, dopo quel giorno, io continuai a scrivere per altri ventotto anni. Le mie mani non puzzarono, mi restò solo un dito deformato.
La mia maestra non aveva cent'anni ed ebbe un terzo figlio. Non ho idea di quanto di questo mondo abbia visto, ma ne ha sempre saputo abbastanza. La mia maestra non era nemmeno una strega che prevedeva il futuro. Certo è che non parlava a màtula.

A.G.

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